Il Consulente 1081
“Ancora tu”. Appalto illecito e politica sindacale.
1081 numero 3 anno 2018 - editoriale a cura di Dario Montanaro - Presidente Nazionale Ancl SU

Per contrastare la terziarizzazione selvaggia del lavoro, che colpisce produttività e genera instabilità sociale, non bastano le norme

La recente pronuncia del Consiglio di Stato (faccio riferimento alla sentenza n. 1571/2018) sembra che abbia colto nel segno quando afferma che i criteri per smascherare appalti illeciti siano riassumibili nella richiesta di un certo numero di ore di lavoro, nell’inserimento stabile del personale nel ciclo produttivo del committente, nella distinzione tra l’identità dell’attività svolta dal personale dell’appaltatore e quella svolta dal personale del committente, la proprietà delle attrezzature per organizzare l’attività etc. Una storia che conosciamo bene e che ha tracciato ormai percorsi abbastanza definiti nella giurisprudenza. Devo dire che l’Ancl Su ha in realtà messo in allarme gli enti preposti al controllo già qualche anno fa (le lettere scritte al Ministero del Lavoro, all’Ispettorato Nazionale del Lavoro, all’Inps e alle parti sociali sono consultabili sul sito www.anclsu.com). E le segnalazioni non si fermavano alla rilevazione del dato giuridico, per mettere in luce la dicotomia appalto genuino-illecito, ma cercavano di andare oltre. Ricordo bene che in una delle lettere inviate alle istituzioni specificai che il sistema dell’intermediazione aveva raggiunto un livello sofisticato sul piano organizzativo: dai casi analizzati anche dal Centro Studi, emergeva in effetti che la cooperativa proponeva in sostanza alle aziende di far licenziare tutti i lavoratori, di procedere lei stessa in prima persona a riassumerli e a gestire le prestazioni lavorative attraverso una prestazione di servizi al precedente datore di lavoro incardinata in una sorta di terziarizzazione e gestione delle attività aziendali. Ovviamente il presunto risparmio del costo del lavoro si otteneva (e ancora si ottiene) mortificando i diritti dei lavoratori in quanto gli stessi potevano continuare a prestare attività lavorativa solo se diventavano soci della cooperativa e di conseguenza accettavano una riduzione dei compensi operata direttamente sul netto con incomprensibili trattenute che determinavano una minore erogazione della retribuzione. Abbiamo ipotizzato, come conseguenza logica, che anche dal punto di vista previdenziale il socio-lavoratore subiva un notevole nocumento contributivo. Tutto quanto sopra descritto veniva inoltre articolato nell’ambito di sconosciuti contratti collettivi di lavoro e di irrintracciabili livelli di inquadramento professionale e conseguenti retribuzioni. Questo sistema era (ed è) supportato da un’efficace azione di comunicazione e convincimento tesa a fare leva sulle difficoltà delle imprese, anche se non particolarmente forti, costringendo i lavoratori ad accettare qualsiasi compromesso e mortificazione con il solo obiettivo di conservare l’opportunità lavorativa ed un minimo flusso reddituale. Tale comportamento, che abbiamo definito “immorale”, risulta essere un salto nel buio e nel passato e rischia di collocare il nostro sistema produttivo in ambiti che non appartengono ai paesi industrializzati, con ripercussioni sul piano sociale e politico non indifferenti. A questo allarme, abbiamo ricevuto un riscontro in termini di collaborazione per contrastare il fenomeno, da parte della Cgil, della Cisl e dall’Alleanza delle cooperative. Significativa è stata anche l’avvio dell’ispezione promossa dall’ITL di Chieti-Pescara su segnalazione dell’Ancl Su. La questione è stata inoltre oggetto di confronto nel settore della meccanica, quando l’Ancl Su ha incontrato le organizzazioni Fiom, Fim e Uilm. Questo per dire che non basta una battaglia nelle aule giudiziarie. Occorre necessariamente accompagnare gli sforzi legali, che sono indubbiamente utili, con azioni di politica sindacale che vadano a mettere in condizione il sistema di reagire al fenomeno. Non a caso, sono mesi che l’Ancl Su sta promuovendo l’idea di rivedere il sistema sanzionatorio legato all’intermediazione illecita insieme con le parti sociali, posto che anche l’ANPAL non si è dimostrato un soggetto istituzionale idoneo ad arginare il fenomeno. E il protocollo sull’avvio di una nuova fase delle relazioni industriali di questo paese sottoscritto da Confindustria e da Cgil, Cisl e Uil del 9 marzo si inserisce in questo solco, con l’intento di debellare il problema non solo da un punto di vista legale ma anche economico, poiché una maldestra organizzazione del lavoro non garantisce produttività; da un punto di vista politico, poiché la mortificazione dei diritti conduce all’instabilità del tessuto sociale. E si potrebbe continuare. Noi consulenti del lavoro, abbiamo sempre dimostrato di sapere guardare lontano. Da tempo, infatti, abbiamo allarmato le parti sociali e le istituzioni di pertinenza, consci di sapere a cosa avrebbe condotto un certo modo di gestire le relazioni di lavoro. Credo, a questo punto, che chiunque voglia prendere in mano le redini del paese, non possa farlo prescindendo da un confronto con il mondo dei consulenti, giacché il lavoro è un principio prima ancora che un’attività su cui è fondata la nostra Repubblica; ed in secondo luogo, esso è strumento di affermazione dei cittadini, riconoscimento delle abilità di ognuno e strumento di emancipazione. Una buona ed efficace regolazione incide su questi aspetti, che se si vogliono tutelare, occorre necessariamente il supporto di chi da oltre sessant’anni ha fondato la propria professione sulla conoscenza del lavoro e dell’attività d’impresa, maturando esperienza e facendone una cultura.

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