Il Consulente 1081
Raggiunto l'accordo, adesso regole certe sulla rappresentanza. Ma tutto dipende dalle politiche del nuovo governo
1081 numero 2 anno 2018 - editoriale a cura di Dario Montanaro - Presidente Nazionale Ancl SU

L'editoriale è a cura del Presidente Ancl Nazionale, Dario Montanaro

Con l’accordo raggiunto dalle parti sociali il 28 febbraio 2018, la cui firma è programmata per il 9 marzo, si aggiunge un altro tassello al lungo e tortuoso
percorso delle relazioni industriali italiane. Uno dei punti più importanti dell’accordo riguarda la volontà delle parti sociali di arginare il fenomeno della contrattazione collettiva c.d. “pirata”, cioè la stipulazione di accordi siglati da associazioni datoriali e sindacati non rappresentativi di un genuino sistema di relazioni industriali, che da circa un decennio stanno creando articolati fenomeni di dumping contrattuale nel mercato del lavoro italiano. Qualifico come “articolati” i suddetti fenomeni di dumping poiché la genuinità degli accordi non è solo legata all’aspetto retributivo, che resta comunque il dato più evidente, ma anche ad altri aspetti quali preliminarmente l’istaurazione dei negoziati e le piattaforme rivendicative, che nei casi degli accordi pirata mancano di frequente; inoltre, molto spesso questi accordi articolano le prestazioni di lavoro in livelli di inquadramento professionali irrazionali e non rispettosi della complessità dell’organizzazione dell’impresa. E potremmo continuare ad elencarne tanti altri. Ciò che però deve essere messo (finalmente direi) in rilievo è che il fenomeno della contrattazione pirata – come possiamo dedurne dalle ragioni di questo nuovo accordo – non è riconducibile alla sola proliferazione delle sigle sindacali “farlocche” ma anche alla responsabilità della disgregazione della rappresentanza del mondo datoriale. Se, infatti, il Testo Unico sulla rappresentanza del 2014 è servito a fornire un criterio attraverso il quale potesse essere misurata la rappresentatività delle organizzazioni sindacali legittimate a sottoscrivere i contratti collettivi, oggi il nuovo accordo completa il quadro obbligando le associazioni datoriali a “pesarsi” e quindi a definire chi può sottoscrivere e negoziare contratti e chi no.
Tuttavia, resta sempre una certa perplessità in quanto il Testo Unico del 2014 non ha avuto chissà quale attuazione concreta poiché, nonostante sia stata stipulata l’intesa con l’Inps per il rilevamento delle deleghe, il Ministero del Lavoro non ha mai reso operativa una banca dati in grado di poter certificare la rappresentatività delle organizzazioni.
Senza contare che il Testo Unico è stato comunque esposto a dubbi interpretativi. Tuttavia, in questo nuovo scenario, a fare da supporto alle scelte delle
parti sociale è il Cnel, che si è fatto carico e promotore di un’operazione (il famoso bollino blu) finalizzata a selezionare i soggetti rappresentativi e ad identificare gli accordi pirata (operazione rispetto alla quale l’AnclSu ha manifestato interesse, proponendo al Presidente T. Treu di collaborare).
L’intervento di un soggetto terzo nelle relazioni industriali potrebbe essere indice di una maggiore garanzia di attuazione delle nuove pattuizioni? Staremo a
vedere. Ciò che infatti bisogna sperare è che il risultato di questo nuovo negoziato non sia solo finalizzato a rafforzare l’attività politica e sindacale delle
maggiori confederazioni sindacali e associazioni, ma che sia in grado di dettare regole certe, chiare e non suscettibili di variegate interpretazioni, con la finalità quindi di dare un certo grado di stabilità alle relazioni collettive di lavoro. E c’è da chiedersi se per la riuscita di questa operazione sia necessario tenere un faro acceso sulla seconda parte dell’articolo 39 della Costituzione. Dalla riuscita di questa operazione dipendono molte cose, in primis la stabilità del sistema contrattuale e la certezza del diritto nella regolazione dei rapporti di lavoro.
E’ anche vero che questa strada va percorsa in un quadro politico-istituzionale tutt’altro che stabile. C’è da chiedersi se il risultato elettorale che ne è emerso potrebbe favorire o meno il percorso di proposta e approvazione di una legge sulla rappresentanza sindacale.
Non si può nascondere del resto che il nuovo accordo sottoscritto dalle parti sociali è anche finalizzato a dare segnali al legislatore sulla non “digeribilità”
dell’introduzione del salario minimo per legge.
Una posizione in netto contrasto con i programmi politici dei due partiti che si sono affermati in questa tornata elettorale, uno come primo partito della
coalizione di centro-destra (la Lega), l’altro come primo partito (il Movimento 5 Stelle). Infatti, dall’analisi dei programmi elettorali condotta da ADAPT, emerge chiaramente che il Movimento di Grillo vuole creare – non si sa ancora bene in che modo – una commissione che debba individuare il costo del lavoro orario minimo comune in tutti i settori non inferiore in ogni caso a nove euro l’ora; la Lega, invece, si limita ad affermare che il costo del lavoro ha bisogno di stabilità e “standardizzazione” e ciò lo si può ottenere solo attraverso l’introduzione del salario minimo.
Sul versante della rappresentanza sindacale, silente la Lega; invece, il Movimento ha preso posizioni nette volendo traghettare le teorie della democrazia
diretta anche nell’universo sindacale. Quindi ciò che interessa non è tanto la stabilizzazione della rappresentatività delle sigle sindacali quanto l’istaurazione
di una logica “ultrademocratica” nel mondo della rappresentanza sindacale. Al momento questo è il quadro di una situazione abbastanza “intrecciata”. Occorrerà capire di più, non appena i nodi si scioglieranno. 
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