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Aumenta l’incertezza anche sul licenziamento economico
news 19 ottobre 2017 - a cura di Giovanni Piglialarmi

L'approfondimento sul tema è del Dottor Giovanni Piglialarmi

La recente giurisprudenza di legittimità, a più riprese, ha qualificato come legittimo e quindi giustificato il licenziamento irrogato da parte del datore di lavoro nei confronti del dipendente per mero incremento del profitto aziendale. Da ultimo, con la sentenza 7 dicembre 2016, n. 25201 la Corte di Cassazione ha chiarito che «spetta all'imprenditore stabilire la dimensione occupazionale dell'azienda» poiché attraverso essa persegue «il profitto che è lo scopo lecito per il quale intraprende» l’attività d’impresa. La scelta di perseguire e anche di incrementare il profitto «è sicuramente libera nel momento genetico in cui nasce l'azienda e si instaurano i rapporti di lavoro in misura ritenuta funzionale allo scopo». Dopo questa pronuncia, sembrerebbe essersi consolidato quel principio secondo cui il licenziamento per giustificato motivo oggettivo ex art. 3 L. n. 604/1966 non richiede la sussistenza di uno stato di crisi o l’esigenza della riduzione dei costi, essendo sufficiente il nesso tra il recesso e la scelta del datore di lavoro di migliorare la redditività aziendale, per esempio sostituendo il personale meno qualificato con dei lavoratori in possesso di specifiche e maggiori competenze (Cass. 18 novembre 2015, n. 23620). L’orientamento in questione, trova riscontro in diverse pronunce (tra le tante, Cass. 14 novembre 2013, n. 25615; Cass. 3 agosto 2011, n. 16987; Cass. 13 luglio 2009, n. 16323). Tuttavia, alcune recenti pronunce di merito si sono discostate dall’orientamento riportato, sostenendo, al contrario, che il motivo oggettivo del licenziamento non può consistere nella scelta imprenditoriale di incrementare il profitto e che, quindi, non rientrerebbe nell’art. 3 della L. n. 604/1966; anzi, darebbe luogo ad un licenziamento illegittimo con ogni conseguenza prevista dalla legge. Il Tribunale del Lavoro di Trento, ad esempio, con ordinanza del 24 febbraio 2016, ha dichiarato illegittimo il licenziamento intimato da una società per mero incremento del profitto. L’ordinanza ritiene che l’esclusiva finalità di incremento del profitto sia circostanza sufficiente per reintegrare il dipendente nel posto di lavoro, in quanto il mero incremento del profitto integra la nozione di «manifesta insussistenza del fatto», ai sensi dell’art. 18, comma 7, L. 20 maggio 1970, n. 300. Il Giudice ha ritenuto evidente e palese l’inadeguatezza delle motivazioni poste alla base del licenziamento aderendo così all’orientamento giurisprudenziale di legittimità (Cass. 27 ottobre 2010, n. 21967) in base al quale l’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana, valori tutelati dall’art. 42, comma 2, Cost. Quindi, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo ex art. 3 L. n. 604/1966 non dovrebbe essere determinato da un generico ridimensionamento dell’attività imprenditoriale ma dalla necessità di procedere alla soppressione del posto o del reparto cui è addetto il singolo lavoratore, «soppressione – precisa l’ordinanza – che non può essere strumentale ad un mero incremento di profitto, ma deve essere diretta a fronteggiare situazioni sfavorevoli non contingenti». L’entrata in vigore del d.lgs. n. 23/2015, che ha eliminato la reintegrazione a fronte della mancanza degli «estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo» prevedendo soltanto la tutela indennitaria, non ha arginato la giurisprudenza (principalmente di merito) che vede nell’incremento del profitto un’irragionevole motivazione per procedere con il licenziamento di tipo economico tanto da dare luogo alla reintegra. Infatti, da ultimo, il Tribunale di Milano, con sentenza n. 1785 del 13 giugno 2017, ha reintegrato un lavoratore licenziato per una riorganizzazione dell’assetto aziendale. Il giudice ha osservato come non sia sufficiente ai fini della legittimità del licenziamento economico la prova di un riassetto organizzativo per conseguire maggiore redditività, dovendosi invece dimostrare che lo stesso sia stato necessario per influenti perdite economiche che abbiano inciso sulla normale attività produttiva dell’impresa e che non siano state trovate alternative al recesso. Questa resistenza della giurisprudenza di merito, forse eccessiva poiché si spinge ad applicare una sanzione in un regime normativo che la esclude alla radice (cfr. art. 3, comma 1, d.lgs. n. 23/2015), genera grande incertezza per i professionisti e le imprese che vedono all’orizzonte lo spettro della reintegra che invece il Jobs Act doveva rendere del tutto marginale. 

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