Quesiti
Collaboratori telefonici in modalità coordinata e continuativa, per organizzare un cd “Call Center Outbound” interno
29 gennaio 2018 - Tour Operator - CCNL applicato:FEDERTURISMO - CONFINDUSTRIA

Salve,

un Tour Operator ha necessità, per un breve periodo 4/5 mesi,  di istaurare rapporti di lavoro per collaboratori telefonici in modalità coordinata e continuativa, per organizzare un cd “Call Center Outbound” interno alla propria struttura. 

Per poter operare l'instaurazione dei rapporti di collaborazione, che ex lege si concretizzano in prestazioni di lavoro subordinato, senza l'applicazione di cui all'art 2 comma 1 Dlgs 81/2015, ma appunto con il rimando al comma 2 dello stesso articolo, ho ricercato accordi di tal genere.

Pertanto ho potuto verificare che nel 2016 sono stati raggiunti, con sigle sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale (come richiesto dal comma 2 art 2 legge 81/2015) relativamente alla disciplina delle collaborazioni organizzate dal committente (ex co.co.co), con: associazioni assistite dalla Confcommercio; l’Associazione Italiana Outbound e infine con l’ASSTEL con riferimento al CCNL telecomunicazioni. E che per i quali si fa espresso richiamo all'applicabilità alle solo parti iscritte all'associazioni.

Purtroppo, però, non riesco a verificare se Il settore Turismo né ha fatto uno specifico per le aziende  che aderiscono  al CCNL – Federturismo oppure se uno dei su indicati accordi è utilizzabile dalla società che non aderisce alle associazioni di categoria che hanno sottoscritto i summenzionati accordi ma aderisce all'ASTOI Confindustria.

Ringrazio anticipatamente per il gradito interesse e porgo i più distinti saluti.

Soluzione proposta:

In caso di accordo sottoscritto da Federturismo nulla questo. Ma in assenza di tale accordo, al momento della necessità temporale aziendale, in ossequio a quanto richiamato dall'art 2 comma 2 D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 8, si potrebbe aderire volontariamente ad  uno degli accordi sottoscritti nel 2016 (es quello della Confcommercio), citando gli estremi dell'accordo e/o allegandolo integralmente alla lettera di assunzione con l'espressa indicazione di deroga per assenza di accordo di categoria. 

Risponde l'esperto:

Il fatto.

Un Tour Operator ha la necessità di instaurare dei rapporti di collaborazione con degli operatori telefonici per svolgere attività di call center outbound. La società si chiede quale accordo collettivo deve applicare, pur non aderendo alle associazioni di rappresentanza datoriale che hanno sottoscritto diversi accordi come previsto dall’art. 2, comma 2 del D.lgs. n. 81/2015.


Il quadro normativo di riferimento.

clicca qui per visualizzare il quadro normativo di riferimento (file PDF).

I contratti sopra elencati sono tutti gli accordi che tra il 2015 e il 2017 sono stati sottoscritti dalle organizzazioni sindacali e dalle associazioni datoriali per il settore dei call center in attuazione della delega di cui all’art. 2, comma 2 del D.lgs. n. 81/2015 in forza della quale non si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato «alle collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore».

Con questa norma, il legislatore utilizza il criterio della rappresentatività comparata per selezionare a monte i contraenti, abilitandoli all’esercizio della delega. Tuttavia, è stato osservato che il legislatore ha lasciato irrisolti gli annosi nodi della rappresentanza sindacale e dell’efficacia del contratto collettivo non essendo stato individuato nell’art. 2 un criterio selettivo idoneo a misurare il peso rappresentativo del soggetto negoziale. Si tratta di un’obiezione priva di fondamento, smentita peraltro dalla prassi contrattuale e amministrativa. Infatti, nelle premesse dell’accordo collettivo nazionale sottoscritto dalle organizzazioni datoriali e sindacali Assotelecomunicazioni, Assocontact, Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil il 28 giugno 2016 è riportato quanto segue: «il giorno 15 dicembre 2015 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha risposto all’interpello di Assocontact che chiedeva quali fossero gli elementi necessari per qualificare l’Accordo Collettivo previsto dall’art. 2, D.lgs. n. 81/2015 come Accordo stipulato da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale (…) nella suddetta risposta il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha precisato che si ritiene che l’esclusione di cui all’art. 2, D.lgs. n. 81/2015 operi in relazione alle sole collaborazioni che trovano puntuale disciplina in accordi sottoscritti da associazioni sindacali in possesso del maggior grado di rappresentatività rispetto alle associazioni non firmatarie dei medesimi accordi, determinata all’esito della valutazione comparativa degli indici sintomatici a cui fare riferimento per la verifica comparativa del grado di rappresentatività: numero complessivo dei lavoratori occupati, numero complessivo delle imprese associate, diffusione territoriale, numero dei contratti collettivi nazionali sottoscritti».

Dalla tabella, è possibile notare come alcuni accordi siano stati sottoscritti da organizzazioni sindacali di dubbia rappresentatività. Più correttamente, sono accordi che concorrono con altri testi contrattuali sottoscritti da organizzazioni che comparativamente sono più rappresentative delle prime (si tratta degli accordi sottoscritti AssoCalle Ugl-Terziario). Il sospetto della dubbia rappresentatività di alcuni accordi appare ancora più chiaro quando in alcuni di essi è carente – ed in alcuni casi del tutto assente – la c.d. parte normativa del contratto collettivo (cioè, la regolazione degli istituti contrattuali che disciplinano il rapporto di lavoro e che hanno anche riflessi di natura economica: ferie, permessi, riposi, trattamento per i periodi di malattia, infortunio, gravidanza, inquadramento, orario di lavoro, potere di coordinamento, recesso etc.). Come è stato già osservato, infatti, alcuni di questi accordi non disciplinano in modo completo e corretto il trattamento economico e normativo. L’accordo collettivo siglato il 6 luglio 2015 da AssoCall e Ugl prevede solo un adattamento – laddove possibile – delle disposizioni contenute nel contratto collettivo stipulato il 22 luglio 2013 per i collaboratori a progetto, delegando la contrattazione individuale a svolgere un ruolo fortemente integrativo. La debolezza strutturale dell’accordo è provata anche dal fatto che le parti avevano ravvisato di dover rinegoziare il contratto collettivo per i collaboratori del settore, lasciando intendere che l’accordo del 6 luglio 2015 era solo una soluzione provvisoria. Ad oggi, però, il rinnovo non è ancora giunto ad un punto definitivo. Inoltre, il 1° giugno 2017, l’Ugl ha annunciato di voler disdettare l’accordo (Cfr. v. A. Biondi, Nei call center arriva il testo unico sui collaboratori, in Il Sole24ore del 3 agosto 2017, p. 13). A fronte di queste note critiche, è possibile ritenere che l’accordo collettivo in questione – oltre a non essere supportato da parti firmatarie comparativamente più rappresentative in quanto inferiori di numero complessivo dei lavoratori occupati, numero complessivo delle imprese associate, diffusione territoriale, numero dei contratti collettivi nazionali sottoscritti rispetto alle organizzazioni concorrenti quali Cgil, Cisl e Uil (sul punto v. risposta del 15 dicembre 2015 del Ministero del Lavoro all’Interpello proposto da AssoContact; v. anche Lettera Circolare del Ministero del Lavoro del 1° giugno 2012, n. 10310; v. inoltre C. Santoro, L’intervento del Ministero del lavoro contro i “contratti pirata” in Bollettino Adapt 7 aprile 2015) – presenta delle carenze strutturali tali da non potersi ritenere conforme al dettato normativo di cui all’art. 2, comma 2, D.lgs. n. 81/2015.

Del tutto differente, invece, è la struttura ed il contenuto degli accordi per i collaboratori dei call center sottoscritti dalle organizzazioni sindacali di categoria di Cgil, Cisl e Uil con le associazioni di rappresentanza datoriale AssoContact e Assotelecomunicazioni. Infatti, come è possibile notare dalla tabella, le parti non hanno sottoscritto degli accordi di armonizzazione – pur avendo in precedenza stipulato accordi collettivi per regolare i rapporti di collaborazione a progetto nei medesimi settori – ma hanno siglato diversi accordi tra il 2015 e il 2016 per riscrivere la disciplina collettiva volta a regolare i rapporti di collaborazione fino a giungere al 31 luglio 2017, giorno in cui è stato sottoscritto il c.d. Testo Unico sui collaborati (sul punto v. A. Biondi, Nei call center arriva il testo unico sui collaboratori, cit., p. 13). 


La soluzione proposta.

È quindi il Testo Unico sui collaboratori siglato il 31 luglio 2017 il contratto collettivo che l’impresa potrà applicare ai collaboratori, anche se la stessa non aderisce al sistema di rappresentanza che ha sottoscritto gli accordi. Basterà che al momento della stipula del contratto individuale, questo rinvii esplicitamente all’accordo collettivo di riferimento e che rispetti le clausole in esso contenute (ferie, retribuzione, permessi etc.).


Aspetti contributivi.

È doveroso mettere in luce come la qualificazione dei rapporti operata dagli accordi collettivi ponga degli interrogativi anche sul piano contributivo. Se da un lato per i rapporti di collaborazione di cui all’art. 2, comma 1 è pacifico che trovi applicazione il regime contributivo per i lavoratori dipendenti dato che per essi si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato, dall’altro, avendo l’autonomia collettiva “allontanato” le collaborazioni dalla disciplina del comma 1 (qualificando detti rapporti alla stregua delle collaborazioni ex art. 409 c.p.c.), i rapporti instaurati ai sensi del comma 2 non possono che ricadere nel regime contributivo della gestione separata. Ma dello stesso parere non è il Ministero del Lavoro precisando che «tali intese esplicano i propri effetti esclusivamente tra le parti e non possono quindi interessare gli Istituti previdenziali quali soggetti creditori della contribuzione» (Cfr. circolare del Ministero del Lavoro 12 febbraio 2016, n. 8). Questa impostazione consentirebbe agli enti previdenziali di chiedere la contribuzione per il fondo del lavoro dipendente a prescindere dalla qualificazione (autonoma) del rapporto operata dalla fonte collettiva. Sotto questo profilo le posizioni ministeriali e quelle dottrinali non sono concordi.