Quesiti
Divisione Utile Impresa familiare.
23 febbraio 2018 - commercio - CCNL applicato:commercio

buongiorno, ho il caso di un'impresa familiare formata dal titolare e dal coniuge. Impresa familiare costituita con atto notarile. Il coniuge da febbraio 2018 ha trovato lavoro solo la mattina quindi part-time per 22 ore alla settimana pertanto ho provveduto alla cancellazione ai fini INPS in quanto NON svolge più in maniera prevalente ma solo continuativa l'attività presso l'impresa familiare. Fra il titolare e il coniuge esiste un'accordo scritto dove si stabilisce quanto spetta di utile allo stesso coniuge per l'attività impiegatizia che svolgeva e svolge ora in maniera sempre CONTINUATIVA solo nel pomeriggio. 

La domanda è se il titolare potrà comunque dividere l'utile dal 2019 in poi con la collaboratrice familiare essendo stata cancellata all'INPS?

grazie


Soluzione proposta:

Essendoci comunque lo svolgimento dell'attività in maniera CONTINUATIVA da parte del coniuge collaboratore familiare e un'accordo scritto si ritiene che l'utile potrà essere diviso proporzionalmente all'attività svolta dal collaboratore. Se prima di essere assunta l'utile veniva diviso 51% e 49% al collaboratore, ora che le ore di prestazione presso l'impresa familiare sono dimezzate l'utile potrà essere ripartito ad esempio 80% titolare e 20% collaboratore familiare.


Risponde l'esperto:

L’argomento in esame necessita di essere osservato da diverse angolazioni. La regolamentazione dell’impresa familiare è affidata al Codice Civile, mentre la sua concreta applicazione, la determinazione del reddito, è demandata al TUIR oltre che ad alcune leggi in materia di tutela previdenziale ed assistenziale del coadiuvante familiare. A seguire, un’estrema sintesi del quadro normativo di riferimento:

sul piano civilistico: la definizione ed i requisiti per la sussistenza dell’impresa familiare sono dettati dall’art. 230-bis del Codice Civile, il quale, in relazione al quesito posto dall’associato recita “[…] il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro […] nell’impresa familiare ha diritto […] agli utili […] in proporzione alla quantità […] del lavoro prestato”.

Sul piano previdenziale: dal punto di vista previdenziale l’obbligo di contribuzione alla gestione INPS artigiani o commercianti nasce allorquando il familiare partecipi al lavoro aziendale con abitualità e prevalenza e quest’ultimo requisito, nel caso in esame, sembrerebbe non sussistere.

Sul piano fiscale: la disciplina fiscale si discosta da quella civilistica sotto due aspetti. Il primo, oltre alla continuità della prestazione lavorativa del familiare, deve sussistere anche la prevalenza (cioè il familiare deve prestare la propria attività prevalentemente per l’impresa); il secondo aspetto, invece, concerne la quota di reddito da dividere tra i familiari partecipanti (o all’unico familiare) che è del 49%. (cfr. art. 4, comma 5 del d.p.r. n. 917/86).

Ai fini fiscali, la possibilità di attribuire una quota di reddito al coniuge, nella sola misura del 49%, è data dalla presenza dell’atto notarile di costituzione dell’impresa familiare a nulla rilevando l’iscrizione alla gestione autonoma INPS o altro accordo scritto tra le parti. Inoltre essendo venuto meno il requisito della prevalenza, sembrerebbe venire meno anche la possibilità di attribuire detta quota di reddito, scomputandola da quella del titolare. Da un punto di vista civilistico appare possibile remunerare la ridotta collaborazione all’impresa nella misura prospettata (80% titolare e 20% coniuge) poiché sarebbe riproporzionata alla quantità di lavoro prestato; in quest’ultima ipotesi si segnala però che i compensi erogati al coniuge non possono essere portati in deduzione dal reddito d’impresa ai sensi dell’art. 60, DPR 917/86.