Quesiti
incentivo triennale part-time verticale
17 aprile 2018 - pubblici esercizi - CCNL applicato:turismo

buongiorno, abbiamo un dipendente con contratto part-time verticale che lavora , cioè, per 40 ore settimanali ma per 9 mesi l'anno; vorremmo sapere: è giusto far maturare le ferie , i permessi e le gratifiche (13° e 14°) in ragione di 9/12 ? Inoltre come si devono considerare le detrazioni per lavoro dipendente ? e il bonus Renzi ?

Per quanto riguarda l'assunzione è stato assunto il 15/4/2015 con l'Esonero Triennale  quindi l'agevolazione scadrebbe il 14/4/2018 : possiamo recuperare i mesi non lavorati (3 ogni anno) e far quindi scadere l'agevolazione il 31/12/2018 ?(ho provato a contattare l'inps ma non è stato possibile ricevere una risposta coerente)


Soluzione proposta:
Risponde l'esperto:

Il contratto part-time in questione è classificabile come part-time verticale ciclico. In questa ipotesi, la prestazione viene resa rispettando l’orario di lavoro full-time ma non per tutto l’anno, bensì solo per alcuni mesi di questo. Infatti, nel caso di specie, il lavoratore presta la propria attività solo nove mesi su dodici. Per il riconoscimento dei diritti del lavoratore part-time, l’art. 7 del d.lgs. n. 81/2015 fissa un principio generale secondo cui “il lavoratore a tempo parziale non deve ricevere un trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno di pari inquadramento” (comma 1); tuttavia questo “ha i medesimi diritti di un lavoratore a tempo pieno comparabile ed il suo trattamento economico e normativo è riproporzionato in ragione della ridotta entità della prestazione lavorativa” (comma 2). Di conseguenza, la maturazione delle ferie, dei permessi e dei ratei delle mensilità aggiuntive matureranno in relazione alle ore di lavoro effettivo (quindi 9 mesi anziché dodici). Sul versante dell’assunzione invece, il dipendente è stato assunto il 15 aprile 2015 e l’esonero triennale termine il 15 aprile 2018. Non è possibile recuperare i mesi non lavorati per prolungare il periodo di fruizione dell’agevolazione. A tal proposito l’Inps sembra aver preso una posizione chiara. Infatti, nella circolare n. 17 del 29 gennaio 2015, nell’esplicare il campo di applicazione della legge n. 190/2014 (art. 1, comma 118 e ss.), precisa che “in relazione ai rapporti di lavoro part-time (di tipo orizzontale, verticale ovvero misto), la misura della predetta soglia massima va adeguata in diminuzione sulla base della durata dello specifico orario ridotto di lavoro in rapporto a quella ordinaria stabilita dalla legge ovvero dai contratti collettivi di lavoro”. Ciò sta a significare che la soglia massima dell’esonero, pari ad euro 8.060, va ridotta in relazione alla modulazione effettiva del part-time. Di conseguenza, l’esonero potrà coprire solo i 9 mesi di lavoro e non l’anno solare intero. Questa interpretazione è resa ancora più chiara nella circolare dell’Istituto n. 57 del 29 marzo 2016. Infatti, in questo caso l’Istituto, nell’illustrare il campo di applicazione della legge n. 208/2015, specifica che l’esonero in relazione ai rapporti di lavoro part-time “al fine di impegnare le risorse stanziate anche per le ipotesi di variazione in aumento della percentuale oraria, l’importo accantonato in sede di richiesta dell’agevolazione è pari all’importo massimo riconoscibile dell’esonero”. Di conseguenza, se al momento dell’assunzione, è stato chiesto l’esonero per il rapporto di lavoro part-time considerato, l’ammontare resterà tale e non potrà essere modificato o riutilizzato per coprire un arco temporale maggiore rispetto a quello previsto dalla legge. Da una parte, quindi, l’esonero è triennale; dall’altra, questo è proporzionato alla durata temporale del rapporto. Infatti “resta a carico del datore di lavoro, in sede di fruizione dell’esonero, l’obbligo di proporzionare l’ammontare della contribuzione esonerabile alla effettiva percentuale di part-time caratterizzante il rapporto” (cfr. circolare Inps n. 57 del 29 marzo 2016). Solo nel caso in cui l’orario di lavoro del rapporto part-time dovesse variare, è possibile riparametrare la contribuzione esonerabile, pur restando nei massimali consentiti dalla legge e nell’ambito dell’arco temporale da essa definito (tre anni solari). Infatti, a tal proposito l’Istituto ha precisato che “la riparametrazione della quota di contribuzione esonerabile deve essere effettuata a cura del datore di lavoro anche nelle ipotesi di variazione in aumento della percentuale oraria di lavoro in corso di rapporto – compreso il caso di assunzione a tempo parziale e successiva trasformazione a tempo pieno – nonché nelle ipotesi di diminuzione dell’orario di lavoro, compreso il caso di assunzione a tempo pieno e successiva trasformazione in part time” (cfr. circolare Inps n. 57 del 29 marzo 2016). Si fa presente, inoltre, che se l’art. 7 del d.lgs. n. 81/2015 riproporziona il trattamento economico e normativo del lavoratore in funzione dell’entità effettiva della prestazione resa, analogo principio non può essere applicato in materia di prestazioni pensionistiche. Infatti, la giurisprudenza, in diverse pronunce, ha avuto modo di chiarire che nel contratto di part-time verticale ciclico – ai fini del riconoscimento contributivo per la maturazione del diritto alla pensione – fanno fede anche i periodi di tempo in cui il lavoratore non ha operato (cfr. Cass. Sez. Un., ordinanza n. 8772/2018).

Infatti, i periodi di mancato lavoro dei dipendenti part time devono essere conteggiati ai fini del calcolo dell’anzianità contributiva necessaria ad acquisire il diritto alla pensione; l’esclusione di tali periodi dal calcolo dell’anzianità, se non esiste una ragione obiettiva che giustifica questo trattamento speciale, è illegittimo, in quanto viola la normativa comunitaria sul part-time, nella parte in cui vieta la discriminazione dei lavoratori che riducono l’orario. Con questa conclusione il Tribunale di Padova (sentenza n. 473 del 5 luglio 2016, relatore dott. Perrone) ha riconosciuto il diritto di alcuni lavoratori part time a vedersi accreditata presso l’Inps la contribuzione utile ai fini della pensione anche per i periodi in cui, applicando la riduzione di orario concordata con il datore di lavoro, non è stata svolta la prestazione. I lavoratori ricorrenti erano tutti titolari di un rapporto di lavoro subordinato ad orario ridotto, sulla base del quale svolgevano il c.d. part-time verticale ciclico: la riduzione oraria veniva distribuita su base annua, e ciascun dipendente alternava 9 mesi di lavoro ad orario pieno (8 ore giornaliere) a tre mesi in cui non svolgeva alcuna attività lavorativa. L’Inps gestiva questi rapporti accreditando la contribuzione solo per il periodo di 9 mesi durante il quale la prestazione di lavoro era effettivamente svolta; per gli altri 3 mesi di pausa lavorativa, l’Istituto di previdenza non accreditava alcun contributo settimanale, creando in capo ai dipendenti un vuoto rilevante ai fini della maturazione del diritto alla pensione. Il Tribunale di Padova riconosce l’illegittimità della condotta dell’INPS, applicando il principio di diritto già elaborato, in relazione a una controversia di contenuto analogo, dalla Corte di Cassazione (con le sentenze n. 2467/2015 e n. 8565/2016). Tali sentenze (che, a loro volta, hanno richiamato i principi affermati da una pronuncia della Corte di Giustizia Europea, la n. 395 del 10 giugno 2010) hanno chiarito che, nella materia dell’anzianità contributiva utile ai fini pensionistici, non è giustificabile una disparità di trattamento tra lavoratori a tempo pieno e lavoratori part time. Infatti, solo qualora la prestazione lavorativa sia stata interrotta o sospesa per un impedimento, i periodi di tempo non lavorati non vengono in rilievo ai fini del calcolo dell’anzianità contributiva; invece, se l’impiego è continuativo, non può esserci interruzione nell’anzianità contributiva (su queste posizioni, anche la sentenza del Tribunale di Venezia del 27 marzo 2018, n. 200).