Rassegna stampa
Il giudice: “L’uso del cellulare causò il tumore al cervello”
21 aprile 2017 - stampa - La Repubblica

 Il giudice: “L’uso del cellulare causò il tumore al cervello”
Ivrea, riconosciuta la malattia professionale a un dipendente Telecom L’uomo avrà un vitalizio dall’Inail: “Stavo al telefonino 4 ore al giorno”

SARAH MARTINENGHI

TORINO.
Credeva di avere l’orecchio tappato per colpa di un’infezione. All’improvviso, le voci di sua moglie e suo figlio gli arrivavano lontane e attutite. Invece aveva un tumore, un neurinoma del nervo acustico, causato — secondo il tribunale di Ivrea — dall’utilizzo del cellulare di servizio. Infatti una sentenza dei giorni scorsi ha riconosciuto la sua malattia come «professionale», e ha condannato l’Inail a versargli un indennizzo perpetuo.
È durato quattro anni il procedimento legale intrapreso da Roberto Romeo, 58enne dipendente Telecom, che ora avrà un vitalizio di circa seimila euro all’anno per la patologia, benigna ma invalidante, che l’ha portato a perdere completamente l’udito dall’orecchio destro. Il giudice Luca Fadda lo ha dichiarato «affetto da una malattia professionale che ha comportato un danno biologico permanente del 23 %».
Ma dietro a questo riconoscimento, ottenuto rivolgendosi allo studio legale Ambrosio e Commodo (esperti in risarcimento del danno), ci sono state perizie e controperizie che hanno provato rischi e correlazioni tra l’uso del cellulare e alcuni tipi di tumori al cervello, sulla base di «nuove evidenze scientifiche che ormai stabiliscono proprio che i cellulari possono essere cancerogeni», afferma l’avvocato Stefano Bertone. L’uso del telefonino da parte di Romeo, chiariscono i legali, non fu scorretto, ma sicuramente «intensivo e prolungato», in anni in cui non erano ancora note le precauzioni oggi così diffuse per ridurre l’esposizione alle onde elettromagnetiche.
«Dal 1995 al 2010 ho sempre utilizzato il telefono cellulare: almeno tre o quattro ore al giorno. Non c’erano auricolari o sistemi vivavoce, e si poteva usare anche in auto. All’epoca la tecnologia utilizzata era diversa, c’era “l’Etacs”: poca frequenza e alta potenza. C’erano pochi ponti radio e si cambiavano anche due batterie al giorno», racconta il dipendente della Telecom, che all’epoca gestiva i tecnici che dovevano andare a riparare guasti o a installare nuove linee telefoniche.
«Quando mi sono ammalato e mi hanno diagnosticato il tumore, non ho affatto pensato che potesse essere colpa del telefonino — aggiunge — Ma una volta operato, subito dopo la guarigione, ho raccolto informazioni tramite A.p.p.l.e. (Associazione per la prevenzione e la lotta all’elettrosmog, ndr) e ho iniziato la pratica per l’infortunio. L’Inail, però, non voleva riconoscermi la patologia professionale e così ho iniziato la causa».
Il caso del dipendente Telecom non è l’unico. Lo studio Ambrosio e Commodo sta seguendo diverse altre cause per conto di lavoratori colpiti da tumori alla testa: insieme ad A.p.p.l.e. hanno creato un sito internet (www.neurinomi.info) con informazioni e consigli per un uso corretto del cellulare.
Nel 2012, la Cassazione riconobbe un analogo danno professionale a un dirigente di Brescia, Innocente Marcolini: «Ma in quel caso — spiega ancora l’avvocato Bertone — c’era stata una lunga battaglia giudiziaria, iniziata con l’assoluzione. Ora invece si è ottenuto il riconoscimento del nesso di causa già in primo grado ». Nel 2014 fu poi intentata una causa al Tar del Lazio per obbligare il governo a lanciare una campagna d’informazione sui rischi dei cellulari. «Quella causa è ancora giacente al Tar — spiega l’avvocato Ambrosio — ma è davvero fondamentale che si conoscano le semplici regole che riducono i rischi». «Non voglio demonizzare il cellulare — conclude Romeo — Ma bisogna sapere che con cuffie e vivavoce l’esposizione diminuisce. Ed è fondamentale proteggere bambini e donne in gravidanza».