Il Consulente 1081
Jobs Act: vera rivoluzione
1081 numero 5 anno 2015 - focus a cura di Renzo La Costa

Focus su tutele crescenti

Il decreto legislativo sulle tutele crescenti, a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è legge. Sembrerà una ovvietà, ma così non è.

Forzature o antisindacalismo che dir si voglia, l’art. 18 è finito, di fatto. Salvo per quella minuta platea di lavoratori più anziani che conserveranno il diritto al reintegro, ma destinato – per l’evolversi della vita, non solo lavorativa – ad estinguersi come successe per i dromedari.

Il futuro è quindi la totalità delle tutele crescenti, per la generalità della popolazione lavorativa a tempo indeterminato. Ma c’è da chiedersi: ha ancora senso parlare di rapporto a tempo indeterminato? Mi sa mi sa che è estinto anch’esso, sotterrato.

Riflettiamo tutti: se per mestiere siamo propensi a ricercare i vantaggi per un’azienda o per un datore di lavoro, il provvedimento sulle tutele crescenti è il non plus ultra. Se, e non per mestiere, ci poniamo il problema del futuro della nostra società, il futuro dei nostri stessi figli, forse il giudizio non è lo stesso. Perché di fatto non esiste più il rapporto a tempo indeterminato, soggetto oramai ad un semplice indennizzo. Qualificato in contratto come rapporto a tempo indeterminato, ma sostanzialmente con facoltà di recesso oneroso, neanche tanto distante dalla facoltà di recesso nell’apprendistato. La precarietà è quindi ora il sistema generale. Molto peggio della riforma del 2003.

Certo, chi ha voluto implementare un simile sistema, si vanterà a breve di una impennata dell’occupazione e di un forte decremento della disoccupazione. Sommando i contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti e i contratti a termine senza causale, poco ci mancherà a breve che avremo la piena occupazione, neanche fossimo Germania o Danimarca. Una sorta di illusionismo del mercato del lavoro: l’uno più precario dell’altro.

Facciamo un passo indietro. Quell’art. 18 diceva semplicemente – e la definizione ce la siamo un po’ dimenticata grazie all’assalto mediatico più recente- che se un datore di lavoro che ha stipulato un contratto a tempo indeterminato opera un licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo, è condannato al reintegro. Cioè, quel licenziamento non c’era mai stato. Se quindi – anche sul piano contrattuale – uno dei contraenti viene meno senza una ragione giustificatrice, semplicemente non poteva farlo. Il dazio che ha dovuto pagare l’art. 18 non è mai stato il suo nobile contenuto, ma i tempi della giustizia: Se solo in un mese si sarebbe potuto  arrivare a determinare un licenziamento quale illegittimo o legittimo, si sarebbe fatto di quella norma  il vangelo, la consuetudine, il canone. Norma regolatrice, questa, vissuta quasi mezzo secolo, neanche votata dall’allora PCI in Parlamento, ma giudicata dall’assemblea parlamentare dell’epoca giusta e bilanciata.

Come obiettivamente la si può giudicare ancora oggi: nel nostro ordinamento (anche per ciò che riguarda le sanzioni in materia di lavoro) il sistema è organizzato in modo tale dal punire la violazione e ripristinare (v. regolarizzazione) lo stato di diritto. Invece per il rapporto a tempo indeterminato non è più così. Si è passati da una stagione di diritto (per il quale la giurisprudenza di legittimità può vantarsi di aver scritto pagine irripetibili) alla stagione della mercificazione: se vengo meno pago, se compio un atto illegittimo, pago e basta, senza quel ripristino suddetto. Per altro verso, se davvero si voleva intervenire sull’art. 18 non c’era altro percorso diverso da quello della monetizzazione: c’era, cioè , in alternativa possibile, un vero e proprio percorso obbligato.

Del resto, innovazione perfettamente compatibile con le disposizione codicistiche (a mente dell’art. 1223 c.c., in caso di inadempimento 8 o di ritardo nell’adempimento): il soggetto inadempiente è obbligato a risarcire i danni che siano conseguenza immediata e diretta della condotta non esattamente adempiente e, in particolare, a risarcire il creditore per la perdita subita e per il mancato guadagno (cc.dd. danno emergente e lucro cessante).  Se quindi l’illegittimo recesso dal rapporto di lavoro viene attratto dalla disciplina del codice civile (libro IV^) delle obbligazioni in genere e non più dalla disciplina dettata (libro V^) in materia di lavoro, qualche terremoto deve pur essersi verificato. Diritti fatti a macerie, trionfo del denaro. Ma tant’è.

Cominciamo a pensare che il sistema che verrà non ci sarà più il rapporto a tempo indeterminato con le garanzie pregresse, e tanto più grande sarà l’azienda (globalizzazione crescente = moltiplicazione delle multinazionali) tanto meno ci sarà sicurezza alcuna, dall’oggi al domani, dalla sera alla mattina.
Per chiunque. A chi gongola per questo nuovo sistema, appuntamento tra qualche anno. Nel frattempo, godiamoci le prossime statistiche dei progressi inauditi dell’occupazione.

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