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Il ricorsometro
enti e istituzioni 31 marzo 2009 - a cura di Renzo La Costa
di RENZO LA COSTA
 
Il reddito del professionista può essere determinato dalla amministrazione finanziaria sulla base della quantità di atti prodotti. E’ questo il senso sostanziale della sentenza della Corte di Cassazione nr. 7460/2009 che ha confermato il criterio di rideterminazione del reddito ai fini delle imposte a carico di un avvocato, sulla base dell’elevato numero di ricorsi redatti. Il legale si era opposto  all’avviso di accertamento   con il quale l’Ufficio II.DD.  rettificava il reddito di lavoro autonomo ( attività forense) elevando il reddito dichiarato da L. 12.700.000 a L. 351.952.000. L’atto impositivo conseguiva ad una verifica eseguita dalla G.d.F.   da cui era emerso che il ricorrente aveva presentato ricorsi civili ed amministrativi per oltre 200 clienti emettendo soltanto 25 fatture. Il contribuente eccepiva la carenza di motivazione dell’atto impositivo impugnato, motivato solo per relationem e lamentava che in sede d’accertamento erano state recepite presunzioni prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza. Precisava inoltre di aver patrocinato soprattutto giudizi amministrativi nell’interesse di iscritti ad un sindacato   del cui ufficio legale faceva parte, percependo compensi assai ridotti, per di più solo a conclusione delle relative vertenze e solo nel caso di esisto positivo.  L’adita C.T.P.   con propria sentenza accoglieva il ricorso ritenendo inattendibili i presupposti dell’accertamento impugnato, valutate le ragioni del contribuente e considerata non provata l’effettiva percezione dei compensi con riferimento alle cause da lui patrocinate. La decisione era appellata dall’Ufficio, il quale sottolineava come la Commissione Provinciale non avesse tenuto nella debita considerazione l’entità davvero minima ed incongruente delle fatture emesse rispetto all’elevato numero delle cause trattate e cioè anche a voler considerare le tariffe di favore asseritamente applicate ai clienti appartenenti al sindacato, per cui non appariva corretto disporre l’annullamento dell’ intero atto impositivo impugnato .La C.T.R. adita, riduceva l’entità del reddito imponibile a lire 52 milioni , osservando che l’Ufficio fiscale non aveva potuto, precisare quante delle cause iscritte erano state portate a compimento nel corso dell’annualità in esame. Il contribuente si opponeva ulteriormente per cassazione, sostenendo che la Commissione regionale non aveva esaminato alcuni documenti da lui prodotti da cui emergerebbe la prova della gratuità della prestazioni professionali per gli iscritti del sindacato; contestava anche  l’affermazione del giudice a quo secondo cui il reddito dichiarato derivante dalla sua attività professionale, sarebbe certamente .." inadeguato sia come fonte di sostentamento conforme al decoro richiesto dalla professione esercitata, sia per il pagamento delle spese generali per lo studio e delle spese di mantenimento della sua personale autovettura. Ma la Corte di Cassazione non ha accolto le motivazioni del legale, non essendo peraltro riportato in ricorso il contenuto dei documenti cui il ricorrente si appellava a sostegno della propria tesi. Infatti,  in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso, è necessario in esso vengano indicati, in maniera specifica e puntuale, tutti gli elementi utili perché il giudice di legittimità possa avere la completa cognizione dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni in esso assunte dalle parti, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti del processo, ivi compresa la sentenza impugnata, cosi da acquisire un quadro degli elementi fondamentali in cui si colloca la decisione censurata e i motivi delle doglianze prospettate . Nella fattispecie, poi, le motivazioni della CTR sono apparse corrette ed immuni da vizi logici, avendo il giudice d’appello esaminato in modo appropriato e diffuso tutte le contestazioni mosse dal ricorrente all’impugnata decisione del primo giudice.
( 31 marzo 2009 riproduzione riservata)
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